Viviamo in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale è parte integrante delle nostre vite, spesso in modo invisibile. Ma l’AI non è neutra. Gli algoritmi, costruiti perlopiù da uomini con background simili, rischiano di amplificare stereotipi e pregiudizi, in particolare di genere. Da qui nasce l’urgenza di una rivoluzione culturale che parta dall’educazione e coinvolga tutti: istituzioni, aziende, scuole e famiglie.
Durante l’incontro “Per un’equità digitale: contrasto ai bias di genere nel trattamento dei dati personali”, organizzato dalla Regione Calabria con il supporto del Gruppo FS, il Garante per la privacy Pasquale Stanzione ha sottolineato il pericolo di algoritmi che perpetuano discriminazioni. Antonia Abramo, Direttore Generale di IFM, ha ribadito come il primo passo sia culturale: “I bias sono cognitivi prima ancora che digitali. L’AI riflette ciò che siamo, quindi dobbiamo prima educare noi stessi”.
IFM è attivamente impegnata nel promuovere l’accesso femminile alle discipline STEM: dal conseguimento della certificazione per la parità di genere, a progetti scolastici che portano ragazze a contatto con ruoli tecnici in azienda, fino alla creazione di eventi formativi attraverso la propria Academy.
Non basta parlare di AI, bisogna conoscerla. “Il vero rischio non è l’uso dell’AI, ma la non conoscenza dell’AI”, ha affermato Abramo. Conoscere è il primo atto di consapevolezza e difesa. Un’innovazione davvero inclusiva richiede attenzione, equilibrio, ma soprattutto coscienza.




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